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Tornareccio è un comune di 1.968 abitanti e fa parte della Comunità montana Valsangro. Fondato dagli Italici nel IV secolo A.C. La zona intorno a Tornareccio, specialmente la zona adiacente al Monte Pallano (in base al rinvenimento di selci), fu abitata sin dal paleolitico (da 18-20 mila anni or sono).
Secondo vari studi i popoli che vi si stanziarono sono di origine lucana (visto che sia il nome del popolo lucano che l'appellativo "lucus" hanno la stessa origine).

La storia
 

Tutto è iniziato diciotto, forse ventimila anni fa, quando le prime forme di vita nel territorio del nostro paese preferirono la sicurezza della montagna alla desolazione delle valli sangrine. E scelsero Monte Pallano, come testimoniano alcune selci lavorate ritrovate nei pressi del Lago Nero.

La vicinanza con questa montagna misteriosa, così, lega quasi indissolubilmente la storia di Tornareccio alle vicende di quella popolazione sabellica, i Lucani, che si stanziò all’incirca 2500 anni fa proprio sull’altopiano di Pallano. Questo fiorente ethnos italico ebbe una propria autonomia fino all’arrivo dei romani che, con le loro riforme amministrative, posero le basi per la divisione del territorio abruzzese in due parti (il futuro Abruzzo ulteriore e citeriore), collocando definitivamente le nostre zone nel Meridione d’Italia.  Ma ai Lucani e al Monte che sovrasta Tornareccio, il sito dedica un’apposita sezione. Qui ci limiteremo ad osservare che proprio dal termine Lucania (dal latino “lucus”, bosco, a conferma della natura silvestre del nostro territorio) deriva una parte interessante della toponomastica tornarecciana. Si pensi a “Santo Stefano in Lucania”, l’importante monastero che sorse in Alto Medio Evo tra il Collecentuomini e la frazione di Torricchio.

Per capire Tornareccio come – e dove - lo vediamo oggi, bisogna partire proprio da questo fiorente monastero benedettino.

Anche se le sue origini sono assai incerte, della sua esistenza sono testimoni i vari atti di donazione degli Imperatori, il primo dei quali fu quello del 22 giugno 829. Si legge in questo documento, che attesta il passaggio di Santo Stefano sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Farfa: “monasteriolum situm in finibus Theathinae sive Vocitanae et constructum in onorem sancti Stephani protomartiris” (il piccolo monastero situato nei confini Teatini o Vocitani, nel luogo chiamato Lucania, costruito in onore del primo martire Santo Stefano).

L’esperienza benedettina fu assai intensa e affascinante nelle nostre terre. Non a caso le popolazioni rurali del tempo, sparse qua e là nel territorio circostante, cominciarono lentamente a raggrupparsi attorno ai laboriosi monaci che, all’insegna della regola “ora et labora”, iniziarono a dissodare i terreni e a renderli produttivi, convertendo “i vagabondi, i cacciatori ed i pescatori in agricoltori” (A. Piazza). Attorno al monastero di Santo Stefano, così, iniziava a sorgere Tornareccio.  Del resto, il cronista Gregorio di Catino, nel “Chronicon Farfense”, parlando di questo insediamento benedettino, attesta nel 1118 per la prima volta proprio l’esistenza di Tornareccio: “In comitatu Teatino est monasterium Sancti Stephani in Lucania (…) et castellum Tornaricie” (Nella contea Teatina c’è il monastero di Santo Stefano in Lucania ed il castello di Tornareccio). 

Mentre, nel corso dei secoli, il nostro paese si consolidava sempre più attorno al castello, l’esperienza monastica di Santo Stefano andava progressivamente declinando, fino a quando, nel XIX secolo, si estinse del tutto. Oggi a Tornareccio la memoria di Santo Stefano è andata completamente persa: nessuno, infatti, è in grado di indicare con precisione il luogo in cui sorgeva il monastero, anche perché, nei ricordi dei tornarecciani più anziani, gli ultimi ruderi del convento furono utilizzati negli ultimi anni del 1800 per la ricostruzione del Santuario della Madonna del Carmine.  

Uniche testimonianza di uno splendore plurisecolare sono una statua di Santo Stefano, recentemente posta nella facciata del Santuario, e una parte dell’antica mensa del monastero, posta davanti all’uscio della casa Tiracchia e tuttora visibile in Via Borrelli.

Tornareccio, dunque, verosimilmente vide la luce in pieno Medio Evo, grazie all’opera dei benedettini, ai quali si deve anche il culto di Santa Vittoria, eretta a Patrona del paese.

Il castello citato nel “Chronicon farfense”, di cui oggi sono visibili solo due delle sette torri originarie, probabilmente fu fatto edificare dal conte di Chieti Trasmondo, per difendere la popolazione dagli attacchi dei Normanni. È bene notare che dalla sua nascita fino alla fine del Medio Evo, il “Castrum Tornaricii” fu, né più né meno, parte integrante della vicina Atessa. Come sostiene il Bartoletti, Tornareccio “sino alla fine del secolo XV, aveva costituito una delle cinque Parrocchie, in cui era diviso il territorio e la popolazione di Atessa. Per cui sino a quell’epoca, i Tornarecciani facevano parte dell’Università atessana, e vivevano sotto le sue leggi, quali suoi cittadini”. Anche da uno studio del 1905 emerge che “Tornareccio (…) in tempo remoto faceva parte dell’Università di Atessa e ne era il Castello”, (dove per Università s’intende la divisione amministrativa, equivalente all’attuale Comune, introdotta dai Normanni). Come controprova, si tenga presente che nel “Catalogo dei Baroni”, relativo al periodo 1156-1168, tra i numerosi castelli dell’epoca vi è citato “Tornarezam”, mentre non vi è traccia alcuna di Atessa.

Come accennato, bisogna attendere la fine del Medio Evo perché Tornareccio diventi un’entità formalmente autonoma.

Dopo essere divenuto nel 1507 feudo della famiglia Colonna di Roma, il nostro paese si separò definitivamente da Atessa il 14 ottobre 1513. A questa data risale, infatti, una sentenza del Contestabile Fabrizio Colonna in cui si attesta che la “Universitas Atissae sit corpus separatum ab Universitate Tornaritii”: l’Università di Atessa deve essere un corpo separato da quello dell’Università di Tornareccio.

La lunga sovranità dei Colonna non fu certo per Tornareccio uno dei momenti più esaltanti: le condizioni economiche e sociali del paese, infatti, rimasero le stesse – gravissime – per tutto il periodo dell’infeudamento, a causa delle pesanti gabelle da pagare alla famiglia romana. 

La legge dell’8 agosto 1806, che aboliva definitivamente il sistema feudale, pose fine a questa gravosa situazione e Tornareccio, a partire da questo momento, diventò un Comune realmente autonomo.

Fu proprio nel XIX secolo che il nostro paese, approfittando dei benefici dell’”indipendenza amministrativa” appena ottenuta, intraprese con grande energia una serie di significative opere pubbliche – viabilità, illuminazione, fontane, ecc. - che daranno a Tornareccio l’aspetto che a grandi linee è quello attuale.

Questo brillante dinamismo fu solo parzialmente intaccato dal brigantaggio, piaga sociale che per un decennio (1860-1870), “infestò” anche la tranquilla vita di Tornareccio. Fu soprattutto Domenico Valerio di Atessa, detto Cannone, ad incutere nella già debole popolazione quel terrore che solo il deciso intervento del nuovo Stato unitario riuscì ad eliminare.

Il XIX fu anche il secolo di Pasquale Borrelli e di Mons. Vincenzo Daniele, due personaggi eminenti che, grazie alle loro capacità, alla loro scienza e al loro impegno fecero conoscere il nome di Tornareccio anche al di fuori dell’angusto spazio della provincia.

Dopo un periodo senza dubbio positivo, il nostro paese non poté sfuggire le dolorose vicende del XX secolo.

Se la Prima Guerra mondiale vide il sacrificio di 27 nostri concittadini, durante il ventennio fascista Tornareccio aderì con convinzione al regime mussoliniano, fede testimoniata, a posteriori, dalla schiacciante vittoria dei suffragi in favore della Monarchia – 1369 voti – sulla Repubblica – 163 voti - nel Referendum istituzionale del 1946.

Il momento più doloroso della sua storia Tornareccio dovette affrontarlo durante la Seconda Guerra mondiale, dapprima con l’invio di suoi concittadini al fronte – alcuni dei quali anche nella straziante impresa di Russia – e in seguito con la feroce occupazione tedesca, iniziata il 13 settembre 1943.

Tra le mille efferatezze compiute dai nazisti, la più terribile e, sotto certi punti di vista, la più disumana fu la pressoché totale distruzione del paese. Barili carichi di dinamite furono posti nei focolari delle abitazioni civili che, una dopo l’altra, nella sera del 14 novembre 1943, furono fatte saltare in aria. La popolazione, rifugiatasi sul Monte Pallano, poteva ascoltare, angosciata, le esplosioni violente, chiedendosi di volta in volta se il botto appena udito era quello relativo alla propria abitazione. Fu grazie all’eroica opera di Vincenzo Lemme, meglio conosciuto in paese come “piccirille”, che il centro storico fu risparmiato dal barbaro danneggiamento: costui, infatti, era riuscito a disinnescare, all’ultimissimo momento e con il terrore di essere scoperto dalle pattuglie tedesche, la miccia della botte di dinamite posta all’interno di Palazzo Melocchi. La popolazione, rassicurata dall’arrivo degli alleati – canadesi e neozelandesi – nei giorni seguenti, lentamente ridiscese nel paese, desolata e atterrita. Ma Tornareccio, nelle parole della giornalista Alba De Cespedes, non c’era più.

Nonostante le dolorose vicende del XX secolo, la laboriosità e la creatività di questo paese non sono venute meno: mille iniziative, mille opportunità fanno di Tornareccio un posto desiderabile sia per quanti sono alla ricerca di un po’ di tranquillità, sia per quei tornarecciani sparsi per il mondo che, forse in maniera casuale, si stanno affacciando su questo sito Internet e che continuano a desiderare, ancora dopo tanti anni, di riabbracciare il proprio “borgo natio”.

Monte Pallano tra storia, archeologia e turismo

montepallanoPer quanti si addentrano nella valle del Sangro, improvvisamente appare in lontananza una “strana” unione: la forza, imponente, della natura è sovrastata da un possente segno della tecnologia moderna.
È Monte Pallano: l’ultima, strategica montagna prima del mare, il primo, “leggendario” luogo che il visitatore dei nostri luoghi, dopo aver gustato la strabiliante tranquillità della vicina Tornareccio, deve visitare, la prima grande “civiltà” dalla quale deve lasciarsi affascinare e alla quale deve saper chiedere.
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Tornareccio, il paese delle mozzarelle e del miele

 

 

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